domenica 31 ottobre 2010

Star bene con sé stessi e gli altri


Quando possiamo dirci psicologicamente sani? Quando non soffriamo di disturbi psichici, si potrebbe rispondere. È già qualcosa, ma non basta: la salute psicologica, infatti, è qualcosa di più della semplice “assenza di malattia”: è anche una condizione di completo benessere e di piena efficienza funzionale. La persona psicologicamente sana, infatti, oltre a non soffrire di disturbi o disagi di carattere psicologico, presenta anche alcune caratteristiche positive che la contraddistinguono:

buona autostima: cioè un giudizio positivo circa il proprio valore personale, che non necessita della continua approvazione altrui;

autenticità: essere sé stessi, agire in maniera relativamente spontanea e naturale, senza artifizi e affettazioni; essere costantemente in contatto con i propri sentimenti ed essere capaci di esprimerli adeguatamente;

competenza sociale: cioè la capacità di interagire in maniera appropriata con gli altri, il che implica sia l'abilità di percepire correttamente i sentimenti, le opinioni e gli atteggiamenti altrui in un determinato contesto, che il saper esprimere adeguatamente quelli propri.

percezione efficace della realtà: cioè la capacità di valutare in maniera sufficientemente chiara ed obiettiva situazioni, persone, problemi, ecc. senza che il proprio giudizio venga oltremodo distorto dalle proprie paure, le proprie ansie, i propri desideri, i propri bisogni, ecc.

 A tutti, però, può capitare di attraversare periodi in cui il proprio senso di benessere sembra svanire, di non riuscire più a svolgere adeguatamente le varie attività quotidiane, di non sentirsi a proprio agio con gli altri, di sentirsi insoddisfatti di sé stessi, ecc. Quando tali difficoltà si prolungano nel tempo, ci impediscono di vivere come vorremmo e nonostante tutti i nostri sforzi non riusciamo a superarle, allora siamo in presenza di un vero e proprio disturbo psicologico, e in tal caso diventa necessario un aiuto esterno per poter risolvere il problema, che se affrontato e superato può contribuire alla propria crescita personale e al raggiungimento di un maggior grado di maturità e benessere.
 Fino a qualche tempo fa, rivolgersi ad uno psicologo o a uno psicoterapeuta era considerato qualcosa di cui vergognarsi e da tenere nascosto agli altri per il timore di essere considerati "anormali" o inadeguati. Oggi la maggior parte delle persone sa che chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta non è poi così diverso dal chiedere aiuto a qualunque altro specialista (al medico o all'avvocato, ad esempio) per tutti quei problemi che non possiamo risolvere da soli.

sabato 30 ottobre 2010

Domande e risposte sulla psicoterapia

In quali casi è bene rivolgersi a uno psicoterapeuta?
È bene rivolgersi ad uno psicoterapeuta quando ci si trova in una situazione di particolare disagio psicologico che rischia di compromettere le nostre capacità lavorative e il nostro adattamento sociale, tende a prolungarsi nel tempo e ci è impossibile superare da soli o con qualsiasi altro aiuto esterno (ad esempio da parte di un amico, di un familiare, del proprio medico, ecc.).

Per quali disturbi psicologici è maggiormente indicata la psicoterapia?
L'esistenza di diverse forme di psicoterapia assicura una possibilità d'intervento per la maggior parte dei disturbi psicologici. Esiste tuttavia una maggiore indicazione della psicoterapia per i disturbi di tipo nevrotico (ansia, depressione, ecc.) ― specie se di non grave entità ― ed una minore per disturbi di tipo psicotico e psicorganico (schizofrenia, disturbo bipolare, ecc.).

Per quale fascia d'età è maggiormente indicata la psicoterapia?
La quantità di metodi e di tecniche psicoterapeutiche oggi esistenti consentono un intervento psicoterapeutico adatto ad ogni fascia d'età, dai bambini agli anziani.

Cos'è più efficace, la psicoterapia o gli psicofarmaci?
L'opportunità di intraprendere una psicoterapia piuttosto che una cura farmacologica, dipende essenzialmente dal tipo di disturbo di cui si soffre. In alcuni casi sarà preferibile un intervento psicoterapeutico, in altri farmacologico, in altri ancora un intervento integrato; la decisione in genere viene presa dallo specialista di comune accordo con il paziente.

Con quale frequenza si svolgono le sedute psicoterapeutiche?
Anche in questo caso la risposta può variare a seconda del metodo terapeutico adottato, per cui si va da una frequenza mensile adottata in alcune nuove forme di terapia, alle 2-3 sedute settimanali della psicoanalisi classica. In genere, la maggior parte degli psicoterapeuti adotta la più comoda e funzionale frequenza settimanale.

Durante le sedute psicoterapeutiche bisogna sottoporsi ad ipnosi?
Mentre in alcuni metodi psicoterapeutici l'ipnosi è molto usata per il superamento di vari sintomi (di tipo fobico, ossessivo, ecc.); per l'eliminazione della dipendenza da fumo, alcol o droghe; per favorire il rilassamento psicofisico, il ricordo di eventi rimossi, la catarsi emotiva, ecc.; in altri approcci il suo utilizzo è considerato persino controproducente, e ciò per vari motivi: i suoi effetti sono esclusivamente sintomatici e di breve durata; non consente al paziente un'elaborazione consapevole dei propri vissuti e una collaborazione attiva e responsabile al processo terapeutico; produce sempre una certa dipendenza del paziente nei confronti del terapeuta.
Pertanto, la possibilità di sottoporsi ad ipnosi, dipende molto dal metodo usato dal terapeuta a cui ci si rivolge, e, in ogni caso, sempre previo consenso esplicito da parte del paziente.

Durante la psicoterapia bisogna fare dei test psicologici?
La psicoterapia si basa essenzialmente sul colloquio, e non richiede necessariamente l'uso di test psicologici. Alcuni terapeuti li escludono completamente o quasi dalla loro pratica clinica, altri li utilizzano in maniera considerevole per fini psicodiagnostici o per una valutazione obiettiva della personalità.

Durante le sedute psicoterapeutiche bisogna sdraiarsi su un lettino?
L'uso del lettino (o del divano) fu introdotto da Sigmund Freud per far rilassare i propri pazienti, quando, alla fine dell'800, andava perfezionando il proprio metodo terapeutico.
Oggi, fatta eccezione per la psicoanalisi, l'uso del lettino è stato quasi totalmente abolito, e paziente e terapeuta siedono su una poltrona l'uno di fronte all'altro. In alcuni casi, e nei servizi pubblici più per necessità che per scelta, terapeuta e paziente siedono su una sedia uno di fronte all'altro, con in mezzo una scrivania.

La psicoterapia è veramente efficace?
Sebbene molte ricerche condotte a partire dagli anni '50 abbiano stabilito che la psicoterapia è sicuramente efficace, e che coloro che intraprendono un percorso terapeutico ottengono in media un miglioramento nettamente superiore e duraturo nel tempo rispetto a coloro che non lo fanno, per alcuni autori i dati emersi vanno presi con una certa cautela, in quanto la psicoterapia per la sua complessità e la sua natura idiografica (cioè particolare, unica, non generalizzabile) sarebbe poco adatta ad una investigazione scientifica di tipo tradizionale.

Qual è il metodo psicoterapeutico più efficace?
Diverse ricerche sulla psicoterapia compiute negli anni '70 e '80 oltre a stabilire l'efficacia della psicoterapia, portarono ad un risultato abbastanza sorprendente, e cioè che nessun metodo tra quelli presi in considerazione ― a dire il vero, una minima parte rispetto a quelli esistenti ― poteva ritenersi significativamente superiore agli altri.

Che differenza c'è tra psicoanalisi e psicoterapia?
È assai comune l'uso del termine "psicoanalisi" come sinonimo di "psicoterapia"; in realtà la psicoanalisi non è che una tra le tante forme di psicoterapia oggi esistenti.
Tale confusione è dovuta sia al fatto che storicamente la psicoanalisi è stata la prima – e per molti anni anche la più importante – forma di psicoterapia con solide basi teoriche, sia all'enorme influenza culturale e dunque alla grande notorietà che la psicoanalisi si è conquistata grazie alle geniali intuizioni del suo fondatore Sigmund Freud.

È possibile avere rapporti affettivi e/o sessuali con il proprio psicoterapeuta?
Il legame che si viene a creare tra cliente e terapeuta nel corso di una psicoterapia, a volte può raggiungere un'intensità tale da far sorgere sentimenti di forte attrazione affettiva e/o sessuale.
Quando ciò accade, lo psicoterapeuta deve essere in grado di gestire il tutto canalizzandolo all'interno di una relazione che, seppure non fredda e distaccata, deve mantenersi comunque entro limiti strettamente professionali.
Se, invece, lo psicoterapeuta accetta di soddisfare eventuali richieste di tipo affettivo e/o sessuale da parte di un proprio cliente, o addirittura fa delle proposte dello stesso tipo, ciò va considerato non solo come deontologicamente scorretto, ma costituisce anche un grave errore tecnico che oltre a compromettere in maniera irreparabile l'alleanza terapeutica può ripercuotersi negativamente sulla salute psichica del cliente stesso.
In conclusione, si legga quanto riferisce su questo tema l'articolo 28 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani:
"Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale."

È possibile fumare durante le sedute di psicoterapia?
Non esistono regole specifiche riguardanti il fumo durante le sedute psicoterapeutiche, ma è una decisione che va presa di comune accordo tra terapeuta e cliente.

La psicoterapia può essere dannosa?
Diverse ricerche compiute in tal senso sembrano confermare che anche la psicoterapia, comunemente ad altre terapie di carattere medico, se condotta in maniera inappropriata può avere effetti iatrogeni (effetti negativi).

Quanti approcci psicoterapeutici esistono?
Dopo le scoperte di Freud, che portarono nei primi decenni del '900 alla nascita e al consolidarsi della psicoanalisi, le teorie e gli approcci psicoterapeutici sono andati moltiplicandosi in maniera smisurata. Basti pensare che se alla fine degli anni '50 esistevano 36 modelli psicoterapeutici, alla fine degli anni '70 se ne contavano già 130 e alla fine degli anni '80 più di 460!

Come posso contattare uno psicoterapeuta?
Ci sono diversi modi per contattare uno psicoterapeuta:
1) chiedere al proprio medico il nome di un terapeuta di fiducia;
2) consultare le "Pagine gialle";
3) fare una ricerca su internet, digitando la voce "psicoterapeuta" accompagnata da quella della propria città;
4) rivolgersi direttamente al Centro di Salute Mentale più vicino e chiedere un colloquio con uno psicologo psicoterapeuta;
5) contattare telefonicamente l'Ordine degli Psicologi della propria Regione, o consultarne il sito internet.

Come faccio a sapere se il mio psicoterapeuta è abilitato all'esercizio della sua professione?
Il modo migliore per accertarsi se il professionista cui ci si è rivolti è abilitato o meno all'esercizio della psicoterapia, è quello di contattare l'Ordine Nazionale degli Psicologi o di consultare l'Albo online dell'Ordine Regionale di appartenenza (che può essere diverso dalla regione in cui esercita la sua professione), e verificare se oltre a essere iscritto all'Ordine come psicologo è anche abilitato all'esercizio della psicoterapia.

Quali titoli deve possedere uno psicoterapeuta per poter esercitare la sua professione?
Secondo la Legge n.56/1989, per poter esercitare la professione di psicoterapeuta, bisogna innanzitutto aver conseguito la laurea in Psicologia o in Medicina e Chirurgia, essere iscritti al relativo albo professionale e successivamente aver frequentato un corso di specializzazione in Psicoterapia della durata di almeno quattro anni.
Bisogna aggiungere che seppure non tutte le scuole di psicoterapia – né la legge – lo ritengono obbligatorio, è auspicabile che ogni psicoterapeuta oltre al normale percorso di apprendimento teorico-pratico, abbia intrapreso anche una psicoterapia personale – la cosiddetta psicoterapia didattica – per la risoluzione di eventuali problematiche personali e l'acquisizione di una maggior grado di autoconsapevolezza e di un buon livello di autocontrollo, che gli consentano di gestire la relazione con i suoi pazienti in maniera efficace ed equilibrata.

Come si svolge una psicoterapia?
Premesso che possono esserci delle differenze più o meno marcate tra i diversi approcci psicoterapeutici, possiamo dire che la psicoterapia si basa essenzialmente sul colloquio tra una persona che si trova in una condizione di disagio psicologico (il paziente/cliente) ed un'altra (il terapeuta) che possiede le competenze tecniche, oltre che le qualità umane e personali, necessarie per aiutarla a comprendere e risolvere le sue difficoltà.
Solitamente cliente e terapeuta siedono l'uno di fronte all'altro; il primo esprime i suoi sentimenti, le sue idee, i suoi pensieri, ecc., il secondo crea le condizioni migliori perché ciò avvenga, ascolta attentamente, offre le sua comprensione empatica, non emette giudizi, chiede o fornisce chiarimenti, ecc.

Quanto tempo dura una psicoterapia?
È praticamente impossibile fornire una risposta a questa domanda, in quanto la durata di una psicoterapia dipende da molti fattori: il metodo e le tecniche adottate dal terapeuta; la sua competenza ed esperienza; il tipo di problema presentato dal paziente e la sua motivazione al cambiamento; la qualità della relazione terapeutica; l'obiettivo preposto; ecc.
Volendo dare comunque una risposta indicativa, possiamo dire che una psicoterapia che mira ad un cambiamento positivo della personalità e non alla semplice eliminazione di un sintomo (che può risolversi con poche sedute), può richiedere dalle 40 alle 80 sedute, il che equivale, in termini di tempo e considerando una frequenza settimanale, a una durata che va dai 10 mesi a quasi due anni.

È possibile interrompere la psicoterapia prima della sua conclusione?
Il cliente è sempre libero di interrompere la propria psicoterapia anche prima di aver raggiunto gli obiettivi prestabiliti. In tal caso, il compito dello psicoterapeuta è quello di esporre il suo parere al riguardo e di collaborare col cliente affinché questi possa comprendere meglio le ragioni profonde della sua decisione e valutare nel modo più obiettivo possibile gli eventuali vantaggi e svantaggi che essa comporta.

Quanto costa una seduta psicoterapeutica?
Ogni psicoterapeuta stabilisce il proprio onorario facendo riferimento al Tariffario Professionale degli Psicologi.
A tutt'oggi (2010) le cifre di riferimento per ogni singola seduta sono le seguenti:


● Psicoterapia individuale:
da un minimo di €40 ad un massimo di €140

● Psicoterapia di coppia o familiare:

da un minimo di €55 ad un massimo di €185

● Psicoterapia di gruppo:

da un minimo di €20 ad un massimo di €70 a persona

venerdì 29 ottobre 2010

Metodi e approcci psicoterapeutici

Analisi transazionale
L'Analisi transazionale nasce negli anni '50 per opera dello psichiatra canadese Eric Berne, secondo il quale i disturbi psichici sono conseguenza di una disarmonia tra i vari stati dell'Io denominati: Genitore, Bambino e Adulto.
Lo stato "Genitore" rappresenta gli elementi normativi e punitivi della personalità; quello "Bambino" rappresenta gli aspetti più impulsivi e spontanei; quello "Adulto" si pone ad un livello intermedio tra i primi due stati e la realtà esterna.
Secondo Berne la mancata armonizzazione tra i vari stati dell'Io, condizionano negativamente le relazioni con sé stessi e con gli altri, determinando modalità d'interazione precostituite e ripetitive – i cosiddetti "giochi psicologici" – che mantengono l'individuo entro uno schema di vita rigido e inconsapevole detto copione.
Obiettivo principale dell'Analisi transazionale è quello di "decontaminare" lo stato "Adulto" dagli effetti disturbanti degli stati "Genitore" e "Bambino", che dovranno essere reintegrati in maniera funzionale, e liberare il paziente dal copione cui era costretto, consentendogli di gestire in maniera autonoma la propria vita.

Psicoanalisi
La Psicoanalisi trae origine dalle scoperte e dalle teorizzazioni effettuate da Sigmund Freud a partire dalla fine dell'800.

L'obiettivo principale della psicoanalisi è quello di portare alla luce, esaminare e risolvere i conflitti inconsci, cioè di cui non si è consapevoli, che stanno alla base dei disturbi nevrotici. 
Gli psicoanalisti dispongono di diverse tecniche per riportare alla luce i conflitti rimossi, cioè tenuti al di fuori della coscienza; tra queste possiamo menzionare:
– associazioni libere: il paziente è invitato ad esprimere senza vergogna o timore pensieri, sentimenti, sensazioni, ecc., anche se questi gli sembrano irrilevanti, sgradevoli o insensati; in tal modo l'analista cerca di aggirare le normali difese del paziente che si interpongono al raggiungimento dei contenuti inconsci;
– analisi dei sogni: è la tecnica mediante la quale si cerca di risalire, attraverso un difficile lavoro d' interpretazione, al significato nascosto dei sogni del paziente. Ciò in base alla teoria che durante il sonno i contenuti rimossi, seppure in maniera mascherata e simbolica, tendono ad emergere con più facilità rispetto alla stato di veglia, per un allentamento della censura, cioè della funzione psichica predisposta a tenere al di fuori della coscienza i contenuti inconsci ritenuti inaccettabili o dolorosi; 
– analisi delle resistenze: l'esame delle forme e dei meccanismi mediante i quali il paziente si oppone inconsciamente all'accesso ai suoi contenuti psichici più profondi, per difendersi dall'angoscia da essi suscitata.
– analisi del transfert: l'esame e la risoluzione del particolare legame affettivo che il paziente stabilisce col suo analista, che è la riproduzione della modalità relazionale avuta nell' infanzia con uno dei genitori, e che è rivelatrice dei conflitti interiori sottostanti.
Il trattamento psicoanalitico, indubbiamente affascinante, è un processo lungo e faticoso, oltre che dispendioso in termini di tempo (in genere tre sedute settimanali) e denaro, e pertanto richiede notevole impegno e grande motivazione al cambiamento da parte del paziente.


Psicoterapia cognitiva
La Psicoterapia cognitiva nasce negli anni '60 e si basa su un principio cardine, che è quello secondo il quale i disturbi psichici dipendono in maniera determinante dai processi del pensiero. Obiettivo di questo modello terapeutico è dunque quello di individuare ed eliminare le distorsioni cognitive che producono i disagi emotivi e le condotte inadeguate, e favorire lo sviluppo di forme di pensiero più realistiche e funzionali.
Tra le terapie cognitiviste più importanti vanno ricordate la Terapia cognitiva di Aaron Beck e la Terapia razionale-emotiva di Albert Ellis.


Psicoterapia comportamentale
La Psicoterapia comportamentale nasce a partire degli anni '50, ma affonda le sue radici nel comportamentismo, un'importante corrente della psicologia moderna di alcuni decenni prima, che, nell'intento di dare alla psicologia uno status simile a quello delle scienze esatte, restringeva il suo campo d'indagine al comportamento manifesto, escludendo tutte quelle attività di carattere psicologico che non potevano essere osservate e verificate sperimentalmente.
Partendo da queste basi, è chiaro che per la Psicoterapia comportamentale i sentimenti e i conflitti interiori del paziente, la sua autoconoscenza e la sua crescita personale, hanno valore assolutamente marginale nel processo terapeutico, che, in pratica, è volto esclusivamente all'eliminazione o alla modifica di quei comportamenti ritenuti inadeguati o chiaramente patologici.
Tra le tecniche più importanti usate in terapia comportamentale possiamo ricordare le seguenti:
– desensibilizzazione sistematica: il paziente è invitato ad immaginare in maniera graduale una situazione considerata ansiogena, e, mediante tecniche di rilassamento, il terapeuta lo aiuta ad affrontarla adeguatamente, senza risposte di ansia o di evitamento, dapprima a livello immaginativo, successivamente anche nella realtà;
 – avversione: il comportamento indesiderato (ad esempio il fumo o l'eccessiva assunzione di alcool) viene ripetutamente accompagnato da stimoli sgradevoli, finché il paziente non apprende ad associare la condotta inadeguata a reazioni negative;
– condizionamento operante: così come il terapeuta condiziona negativamente i comportamenti considerati inadeguati, rinforza positivamente mediante ricompense quelli considerati appropriati;
– modellamento: al paziente viene fatta osservare una persona che interagisce tranquillamente con un oggetto che per lui è fonte di ansia, per fargli apprendere che non ci sono motivi di averne paura.
Da quanto esposto, è chiaro che la terapia comportamentale, seppure con efficacia, mira solamente all'estinzione dei sintomi e non alla risoluzione delle cause sottostanti o alle crescita personale del paziente, il cui ruolo è peraltro abbastanza passivo rispetto all'attività e direttività del terapeuta.

Psicoterapia centrata sul cliente
La Psicoterapia centrata sul cliente è un metodo terapeutico ad orientamento umanistico-esistenziale sviluppato a partire dagli anni '40 dallo psicologo americano Carl Rogers.
Il termine "cliente" sta a sottolineare il rifiuto da parte di Rogers del concetto allora imperante di "paziente" come utente passivo che si affida alle cure dell'esperto, che, dall'alto delle sue conoscenze, dirige l'andamento della terapia, per sostituirlo col termine "cliente", più adatto alla sua idea di utente attivo e responsabile al processo di cambiamento.
L'obiettivo principale della Psicoterapia centrata sul cliente non è tanto la risoluzione di un problema specifico, quanto quello di aiutare il cliente a sviluppare le proprie potenzialità per affrontare in maniera costruttiva non soltanto il problema attuale, ma anche eventuali difficoltà future.
Per realizzare ciò, il terapeuta cercherà di creare un'atmosfera calda e sicura, il cosiddetto "clima facilitante", in cui il cliente potrà conoscersi e attivare il suo processo di autorealizzazione in condizioni ottimali di sicurezza e libertà.


Psicoterapia della Gestalt
La Psicoterapia della Gestalt è un metodo terapeutico ad orientamento umanistico-esistenziale sviluppatosi negli Sati Uniti a partire dagli anni '50 per opera dello psicologo tedesco Frederick (Fritz) Perls.
Il termine tedesco "Gestalt", che significa "forma" o "configurazione", deriva dall'omonima teoria psicologica che lo usò per evidenziare la tendenza a percepire un insieme di stimoli in unità organizzate il cui senso è qualitativamente diverso rispetto alla loro sommatoria.
Su queste basi la terapia gestaltica vede il disagio psicologico come una rottura dell'equilibrio tra le parti che compongono la personalità nel suo insieme, ed assume come obiettivo principale non tanto l'eliminazione dei sintomi, quanto il favorire un maggior grado di autoconoscenza e di integrazione della personalità in tutti i suoi aspetti (corporeo, emotivo, cognitivo, sociale).
Per raggiungere questo obiettivo, la terapia della Gestalt adotta varie tecniche. Tra le più importanti possiamo ricordare:
– "qui e ora": il paziente è incoraggiato a prendere coscienza della sua esperienza immediata, per verificare in concreto le sue modalità d'interazione nel luogo stesso in cui si trova al momento presente; ciò lo aiuterà ad acquisire un maggior grado di consapevolezza ed un più adeguato scambio con l'ambiente circostante.
– sedia vuota: il paziente in un "gioco di ruolo" interpreta diverse "parti" di sé stesso, che sono in contrapposizione l'una con l'altra, in modo da entrare in contatto con gli aspetti negati della propria personalità e favorirne l'integrazione. Tale tecnica può essere usata anche facendo visualizzare al paziente una figura per lui significativa, e facendogli esprimere alternativamente i sentimenti dell'uno e dell'altro.
– polarità opposte: il paziente è invitato ad esprimere alternativamente le polarità opposte di sentimenti e atteggiamenti in modo da trovare un equilibrio tra i due estremi e scoprire parti di sé allontanate ed inespresse.


Psicoterapia sistemico-relazionale
La Psicoterapia sistemico-relazionale, sorta negli Stati Uniti a partire dagli anni '50, si basa fondamentalmente sui due modelli teorici da cui trae il nome: quello relazionale e quello sistemico, per cui oggetto principale di osservazione e di intervento non è il singolo individuo ma la relazione tra gli individui in un determinato contesto.
Campo privilegiato di applicazione dell'approccio sistemico-relazionale è la famiglia, che viene vista come un sistema entro il quale un soggetto che presenta un diagio psicologico è considerato il "paziente designato" che esprime le difficoltà relazionali dell'intero gruppo familiare.
Di conseguenza l'obbiettivo principale della Psicoterapia sistemico-relazionale è quello di modificare le modalità di relazione disfunzionali all'interno della famiglia, in modo da rendere inutili le espressioni psicopatologiche di uno o di più componenti del gruppo familiare.